30 settembre 2017

Cuori infestati


"Su precipizi senza fondo, attraverso i cuori infestati delle montagne, sotto i letti dei torrenti, io mi precipito infallibilmente.
Nessun ostacolo c'è, nessun gomito su questa mia strada di ferro."







20 luglio 2017

Il ponte e la capanna indiana

Tredici mesi senza segni. Dal cassetto di un mobile polveroso spuntano vecchi bozzetti balenieri, a matita e penna a sfera, appunti per il nostro graphic novel immaginato.
Riprendiamo la navigazione, pubblicandone un paio.




24 giugno 2016

Whale watching


Il tempo di queste nostre pagine vorrebbe i secoli come unità di misura; vorrebbe l’eternità, la balena, le sue ossa, fossili.

Ci sopravvivrà questo diario lasciato naufragare tra le correnti della rete. Saremo divorati da un’immensa nube bianca e non sarà il Paradiso, né la balena.

Mi capita quasi ogni giorno - pur non volendo - di pensare a Moby Dick. Se non è per un articolo di giornale è per un documentario, per uno slogan radiofonico o uno dei tanti loghi che deviano l’attenzione. L’ultimo che mi resta vivo nella testa è quello sui traghetti della Moby Lines di Livorno: una balena celeste.

C’è una balena ovunque vada e non vedo la nostra da alcuni mesi. E’ rimasta sopra di noi, sommergibile intangibile, ombra che il cielo proietta altrove.



Secondo alcune leggende della baleneria esistono passaggi tra i continenti nelle profondità oceaniche che permetterebbero a una balena di sparire da un emisfero e misteriosamente ricomparire in un altro. Forse è questo che sta accadendo. Una balena ci è apparsa antropomorfa nell’emisfero degli esordi e ora potrebbe riapparirci come Leviatano dall’altra parte delle nostre ricerche.

Dovremmo consultare a fondo le nostre carte, esaminare foglio per foglio i segni che su di noi ha lasciato Moby Dick in questi anni.

Nel triangolo Nizza-Porquerolles-Corsica possono avvistarsi balene in transito verso il Santuario Pelagos  che dal 1999 le protegge assieme ad altre migliaia di specie. Balene spesso ferite a morte dalle prue colossali dei mercantili o dalle eliche di tante navi che a vario titolo solcano le tratte per Marsiglia, Livorno, Ajaccio. Grazie a questo santuario  – spiega una guida – si possono conciliare le attività umane con l’ambiente dei cetacei che si lasciano così osservare nel loro habitat naturale. Ecco, la pratica del whale watching mi si è proposta pochi giorni fa. Verso la Corsica, dal ponte del traghetto guardavo il mare aprirsi sotto in voragini di un blu spaventoso; tra le onde che sfuggivano allo scafo per annidarsi a poppa, ho visto affiorare e poi piegarsi sotto, il dorso nero lucente di una grossa balena bianca.

So bene che non è vero, ma non è neanche del tutto falso.


31 gennaio 2016

Alla nave artiglio, il Pequod




Trovi in Quiqueg la tua brama del selvaggio, il contegno da principe quale realmente lui è. Disorienta l’umanità estrema armata di arpione; ha compreso presto chi tu fossi e sulla tua fronte ora affonda i suoi occhi.

Nel buio dell’ultima notte a New Bedford la scelta di prendere il mare assieme, corrosi dalle miserie terrestri.

Siete a Nantucket, hanno inizio le visioni. Una collina solitaria sperona il cielo all’incrocio degli oceani, circondata da navi mostruose e dal fermento di uomini affratellati da traversate di anni. Agonie cristiane come latifondi di mare dilatano le ore. L’acqua qui domina il tempo.

Una nuova locanda per sfamarsi e rinsaldare la vostra unione. L’idolo nero è tra voi genio premonitore: sarai tu solo a scegliere la baleniera e quella si chiamerà Pequod.

Mattino di ghiaccio. Tre le navi pronte a partire per un viaggio di almeno tre anni, come tre saranno i ramponieri della storia e ancora tre gli ultimi giorni di caccia. Tre i capitani, tre i primi ufficiali, tre e ancora tre tutto quanto senza che nulla conti di meno. Perché uno e uno solo è il capitano Acab, diviso però da una lunga cicatrice e dalla sua gamba mozzata. Un uomo il cui sangue avvelenato dall’odio dominerà i cuori sul Pequod. I cuori e i corpi.

Ecco la nave davanti a te. Decidi per i suoi artigli, la sua pelle rugosa, palco di un viaggio scritto anni prima sui neri tavoli di una taverna.









27 gennaio 2016

Un anno di navigazione (divagazione)





Nessun bilancio possibile su queste acque fluttuanti. Tutto si fa e si disfa nella cura assassina dei ricordi. Il mare rimescola e poi nasconde.
Se la balena è sempre giovane e rinasce rinvigorita al nuovo cinema americano, io mi vedo invecchiare senza l’aiuto del sole, al peso messianico di un’ombra.
Abbiamo aggiunto colori e forme a una grigia teoria di frammenti, tempo alla causa eterna della caccia alla balena. Le domande dell’inizio restano le stesse…
Potevamo superarci solo così. Scoprendo a noi stessi la prova di una lunga divagazione sul romanzo, la fermezza di un’idea evanescente, la sua sospensione in cerca di apparizioni.


Melville ha navigato il male della natura e degli uomini scrivendo un romanzo interiore e di mondo; scriveva all’amico Howthorne che Moby Dick era un libro malvagio dove il male diventava protagonista: sapeva che il suo alter ego si sarebbe salvato, non la sua tragica vita negli anni a venire. Perché la vita di chi ha scritto la balena fu vita disgraziata, gravi perdite e tormenti.
Il libro naufragò per decenni, bruciarono tutte le copie in un rogo di magazzino, ma a distanza di alcuni decenni ebbe il grande successo che lo consegnò al mito.
Melville sopravvisse alla sua fama di scrittore. Morì quasi sconosciuto, da ex funzionario di dogana, lontano autore di romanzi di mare.
Continueremo a frugare Moby Dick tra i nostri appunti e le bozze. Nella progressiva lentezza di queste pubblicazioni la nostra soggezione verso un’opera per tanti aspetti presaga di rovina e solitudini per il suo autore Herman Melville.

18 novembre 2015

Tra le fauci del grande caldo

- nota del disegnatore: il seguente post risale a circa tre mesi fa. Il caldo narrato è quindi quello dello scorso settembre, quando un'ultima ondata d'afa avvolse tutti noi, prolungando un'estate già memorabilmente torrida.





La vecchiaia era una balena bianca che avevo davanti ogni giorno, oltre la finestra di casa.

Erano i soli cementizi di luglio a illuminare i due vecchi cacciatori di balene, miei dirimpettai inarresi al tempo. Uno suonava il violino, l’altro scriveva. Tutto il giorno. Lo fanno anche oggi, ma oggi è settembre.

Entrambi per ore e ore, uno seduto di schiena dietro la finestra di sinistra, l’altro di profilo dietro quella di destra, vicini a loro volta.

Anche ora stride il violino. Lunghe note aggrovigliate lungo i muri sono i miei ricordi faticosi, le inutili esercitazioni alla scuola di musica del circondario.

Il violinista non suona affatto bene. Lo prego mentalmente di smettere, lo scongiuro con tutto me stesso, ma non smetterà. La schiena ostinata produce acuti lamenti, accordature infinite tra lui e tutto il casato; muove appena le spalle e oltre quelle l’archetto obliquo con stizzita determinazione.

Il grande caldo dilatava i pomeriggi. Il mio vecchio era una cicala fatta uomo, un fanatico del pentagramma, un accalorato prodigo principiante. No, non smetterà che in autunno inoltrato, quando a finestre serrate non potrà più spandere le sue note e allora forse dormirà.

L’altro vecchio fa meno rumore, ma tocca vedere la sua finestra accesa nella notte, lui piegato sulla tastiera, la bocca semiaperta. Sembra più avanti con gli anni, dall’inclinazione del collo, della schiena; è più discreto, ma altrettanto tenace. Resta seduto lì per indefinite ore, talvolta immobile, altre volte muovendo le dita su pochi tasti. Resiste. Scruta se stesso, le sue parole. Attende un’ispirazione, la domanda fatale.

Il capitano Acab aveva meno dubbi e più elettrica frenesia; si vedeva vecchio e giunto al termine delle sue notti. Non credeva in nulla più, invocava la fine, la gloria.

Associo la vecchiaia all’insonnia, all’amore per le abitudini: ad esse sono vicino. Tengo d’occhio i giorni da quando siamo giunti a New Bedford ma conto gli anni ormai.

E sulla testa passa proprio ora una bianca mongolfiera.


27 luglio 2015

New Bedford

"Però, che posto buffo questa New Bedford. Se non era per noi balenieri, oggi questo pezzo di terra sarebbe in condizioni da piangere, proprio come la costa del Labrador."


17 luglio 2015

“I would prefer not to”


Sono quasi due secoli che Moby Dick attende l’oblio. Mai nata, mai morta, sempre narrata, dipinta, cantata.
Si sottrae alla realtà, la rifiuta.

L’immortalità del mito è una prova inverificabile in vita.

Quante balene dentro questi secoli ancora. Una anche tra i poeti italiani d’avanguardia, come quello i cui versi mi sono capitati davanti per caso, in un pomeriggio altrettanto casuale e causa d’infertili emicranie.
Sono i versi di Antonio Porta, anno 1966:

La caccia alla balena ha inizio
sul mare innestato di vele
che l’incavo di vento carica di mare.
Stiamo vigili al comando, i ghiacci
inviano bagliori circondando la rotta.
Scoppia la bufera e la nave capriola
la vista indebolisce, la gola si torce, rigagnoli scendono sulle gambe
la schiena del cetaceo splende all’improvviso, incalziamo con gli arpioni
e primi si bucano i seni, seconde le cosce lucide e rovescia il ventre, le braccia allunga all’indietro:
“Issiamola a bordo, divoriamo!”

Cosa dovevo credere se non che il poeta (Porta ma anche Melville) avesse anche lui vissuto in sé attimi di balena antropomorfa; una balena con le cosce, con i seni e le braccia.
Divoriamo(la)!



Da ragazzo ero costretto alla parafrasi delle opere scolastiche e ne ho ricordi livorosi. Credevo fosse un esercizio sterile e pretenzioso.
Nel ribaltamento di umori e di cieli stretti addosso, oggi sento quell’esercizio necessario al mio scopo: convincermi che la balena è ubiqua poesia, è umana e divina assieme; ha seni e cosce esposte all’attacco di arpioni (che incalzano), è splendente, e morendo si fa di volta in volta immortale. Morendo ci porta con sé. Ci lega ad un remoto profondo affetto. E siamo immersi in lei come la poesia immerge l’uomo.

Tu ricorderai quante volte è rinata l’ossessione della balena essere femminile cumulo di sirene e incurvature gigantesche eppure di leggerissima danza. Ne disegnasti il volto, le linee sinuose, la cupa sensualità.
Oggi rinasce, sacrificata ai versi sopra, la balena Afrodite.

13 luglio 2015

non sei Giona, nemmeno un dio


Ogni partenza ha il proprio rituale. Ogni scaramanzia una stolida cerimonia. Cosa temi veramente, Ismaele? La ritorsione divina per ciò che hai solo osato pensare: liberarti di tutto, sfidare l’abisso, gli dei.
Il viaggio parta dunque benedetto da un padre baleniere di nome Mapple. Anche lui risponde al tuo poema sacro: è un prete che arriva dalle profondità del mare, che del mare porta gli impeti e la grazia. Dalle sue profondità ha udito l’ultima preghiera di Giona prima che fosse vomitato in salvo dalla balena.
Il pulpito della chiesa è la prua che fende il dubbio dei credenti davanti alla sparizione dei loro cari. Restano le lapidi ai muri, vuote di ogni consolazione, di ogni morta materia.
Tu e Quiqueg di nuovo  assieme qui, tra vedove e marinai, affidati per l’occasione allo stesso Dio.
Tutti attendono il sermone che risvegliando Giona faccia tremare i cuori e rinsaldi le anime. Anche tu Ismaele, contrito, ti ricrederai.

Quanti sermoni schiuderà il tuo libro?




“Dio aveva creato un grande pesce per inghiottire Giona”, grida il prete alla platea e ai fantasmi del mare.  Prometti obbedienza ai comandamenti e alle verità della Bibbia. Contrasti il terrore bianco della fine con indigesta devozione. Ora attento. Dio, dall’alto ti guarda e ti sente, attento, non dubitare adesso! Distrai il pensiero, volgilo all’angelo abbagliante sopra quel pulpito. Crediti fedele. Crediti.

“Di sfondarmi l’anima, né una balena e nemmeno Giove saranno capaci” dici a te stesso, sognando l’immortalità, umiliando il corpo, che possa andarsene in pasto agli squali e alle orche.

Giona dentro la balena ha ritrovato Dio, così salvandosi. Nelle viscere di Moby Dick, tu figlio di Abramo, non troverai che parole, e mistero.



11 luglio 2015

il pastore


Dio nella balena

Devo mettere Dio sul dorso della mia balena? Il mio nome, la mia civiltà, ubbidirò, se questo può salvarmi.

Così pensi e trovi in Giona l’aneddoto biblico che scriverai. Il tuo grande romanzo è sacralizzato.

New Bedford. Una città cosparsa di grasso di balena, fiorita di ippocastani, non può nascondere una chiesa. Oscuramente attratto da un commiato che chiami in causa il divino e la morte, lanci in questo capitolo la tua sfida al viaggio. Spingi su una nuova porta e poi pentiti.



25 maggio 2015

fermo indagine (due)


Ismaele uomo inquieto senza lavoro, vittima di depressione bipolare. Acab monolite di forza ossessivo compulsiva con episodi di lirismo e delirio d’onnipotenza; la possibile misoginia dell’autore che tratteggia appena il femminile in scene corali dove la donna è tetra o vecchia o solo devota quando non tradita. E poi questa maledetta balena o capodoglio che sia, che sesso ha nella mente di Melville che passa dal pronome maschile a quello neutro riferendosi a un leviatano, poi a una balena, infine a un essere personificato quasi-umano? Questo corridoio di mare e dubbio avrei cercato d’imboccare. La follia baleniera e ballerina di Melville e di noialtri.
Se Ismaele era partito per un viaggio colmo di morte e di bellezza per uno stato di possibile nevrastenia, se Acab incarnava a tutto corpo e a tutta voce la follia suicida di un capitano remoto e amputato, e se Melville per cronaca del tempo era considerato un pazzo delirante anche dalla moglie,  perché noi avremmo dovuto credere a una balena disposta a farsi prendere senza farci uscire di testa?
Eravamo e restiamo le stesse vittime di Moby Dick follia lucida, chiaroveggente ecatombe di troppo umane imprese, miraggio di conoscenza e di salvezza eterne.
La natura non faccia il suo corso e ci illuda ancora  in questo viaggio.


4 maggio 2015

fermo indagine


Quello che avevo pensato su Melville e il suo romanzo era una variante acquosa di cose lette o che avrei potuto leggere meglio elaborate in un oceano di pagine critiche.
Nulla di nuovo nelle mie intuizioni: il mito del superuomo, i precetti biblici sulle umane sorti, le paure abissali azzurre tenebre, il riscatto della letteratura sull’austerità vittoriana; l’alba della fiction nordamericana, la peculiarità di Melville nel suo tempo, l’imperitura attualità del romanzo, il simbolismo e così via.
Stanco di cercare, mi nascondevo dalla vista della Bibbia per paura di doverne leggere altre pagine oltre l’Apocalisse. Mai aperta in quarant’anni, farlo ora mi spingeva al pianto. Non trovavo pace. Tutto il simbolismo rintracciato nei mesi, tutta la mia sdrucita esegesi del testo, si organizzavano in un debole rivolo istintuale, scriteriato, eppure sola possibilità di stupore. Il disegno e le parole, arnesi primitivi, dovevano riforgiare un leviatano contemporaneo, digitale, sociale, interconnesso, ma altrettanto impossibile, immortale.
La follia sociale allora, i suoi ramponi scagliati a tutta forza sulla balena dei giorni, le diverse pazzie di Acab, di Ismaele, di Melville, dei suoi amici e di noialtri aspiranti epigoni del vate Herman, tutte venivano chiamate all’opera di questa tentata replica.

14 aprile 2015

per un dialogo(muto)



tu volevi, sapevi


Quest’uomo è una tua creatura, un principe oscuro, l’amico diverso che crederà in voi due sulla stessa baleniera.
Si avvicina: “Non aver paura di Quiqueg. Tu non sei straniero per me. Io già so chi sei tu. Yojo – indica il suo idoletto - come angelo, lui dire tutto a me. E Yojo dice noi saremo amici. Amici fino alla fine.”
Estrae una statuetta dalla sacca: “Ecco Yojo, con lui, noi sempre prima del futuro.”


Credi al suo credo, fanne il tuo destino Ismaele. Quel che volevi ora sta per divenire vero.


La stanza si accende di una luce provvida e felice. Sedete sul letto uno di fronte all'altro, sorridenti, estasiati.
Lui ti dice: “Stesso sangue, stessa testa, tutto uguale. Noi fratelli.”
Dormite assieme una notte meno fredda.
Domani la tua solitudine avrà nuova compagnia.


28 marzo 2015

verso il Pequod, in Due


Torni alla storia, alle immagini.
Risenti prima i passi avvicinarsi alla porta, una bava di luce corre sotto la soglia. Fremi nel letto in preda a una curiosa paura.
La porta si apre, si staglia sul muro una sagoma, un'ombra che tremola al lume di candela.


E' solo un’ombra, non può esser tanto mostruoso.


Lui si avvicina al letto. Senti nel silenzio il suo respiro accompagnare movimenti lenti.
Dove metterà quella testa imbalsamata?
Si sarà accorto di me?
Nella mezza luce, trovi il coraggio di sollevare la coperta e guardare l’uomo. Vince la paura, la tua curiosità.
Vedi un volto rossiccio tatuato da neri riquadri, un cappello alto sul capo. Ha un’espressione di stonata cordialità. Vacilla la tua diffidenza come la fiamma sul camino.


11 marzo 2015

tre fogli di abbozzoli


E aspettavo te, le tue prime mosse a matita, così come tu aspettavi me, il soggetto o la parte di sceneggiatura che dicevo di aver pronta da settimane. Accampavo alibi per continuare ad attendere. Pareva che tutto fosse attesa, compresa l’epopea di Moby Dick, la vita, le sue antitesi.

Novembre 2010. Era il secondo autunno di un medesimo anno, l’anno dello stesso inizio di ogni volta che si pensa a un inizio. In un anno di lavoro (e lavorio e logorio) non era uscita una sola pagina del romanzo grafico. Non una sola pagina che unisse segno e parole. Avevo a fatica redatto la mia Confusione, così avevo chiamato il testo; tu avevi tratteggiato figure su tre fogli definendole Abbozzoli: quasi tutti mezzi busti dei protagonisti, solo un Acab elettrizzato e fumogeno, arpionato al suo tavolo, chino sulla cartina degli oceani; solo a lui avevi dato slancio, su una gamba sola. Tre dinamiche per uno storpio.

Fissai  il tuo Acab di spalle e fu nuova incarognita fede.






10 marzo 2015

al fondo di niente

Non dormivo da diverse notti, ma non aspettavo Quiqueg o qualche oscura apparizione. Acab si era intravisto ed era scomparso.
Giacevo nel letto per ore. Aspettavo di toccare con il cranio rovente il fondo del fondo e lì dormire. Sentivo la testa dondolare verso il basso, ma sotto di me c’era un oceano profondo quanto una vita e alla fine di ogni notte mi ritrovavo desto, comandato dalle più cruenti luci d’autunno.

A terra, a fianco del letto, giaceva il romanzo di Melville con le pagine aperte contro il pavimento. Il  veliero in mezzo alla tempesta stampato sul dorso mi rinviava a una vanità nauseante e proterva. Era trascorso un anno dalla sua prima lettura, era la fine di ottobre 2010. Restavano scarabocchi sulle pagine e sghembe sottolineature. Avevo imbastito un soggetto vasto e visionario, per il resto, tutto era contenuto nella testa che scendeva caparbia senza affondare.

Restavo immobile nel letto, rattrappito, aspettando un buon motivo per alzarmi. Nessun desiderio e nessun dovere mi chiamavano, la stanza in penombra mi proteggeva dall’inganno di una libertà annientatrice. Il viaggio di Ismaele non riusciva più a muovermi come del resto niente in quei giorni; preferivo lasciare andare la testa all’infinito, guardare lo sfavillio fluorescente delle sinapsi allontanarsi da me, nelle oscurità marine.

28 febbraio 2015

ipotetica pagina

Tavola montata. 
Come per il resto del materiale pubblicato sul blog, anche in questo caso si tratta di uno studio, una prova, un esercizio. Uno stato larvale, bozzolo indispensabile alla trasformazione, al raggiungimento di una forma diversa, definitiva. 
La Balena che un giorno vedrà la luce, risalendo dalle profondità oceaniche delle nostre immaginazioni per venire a sfiatare oltre la superficie cartacea di una pagina, sarà solo lontana parente di tutto questo.
Credo.